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12 dicembre, 2006

Il Caravaggio e il dolore nell'arte fino al sublime

L'arte (e la comunicazione con lo spirito) nasce dal dolore o dalla noia, dall'istinto o dalla ragione.
Nel primo di questi casi, attraverso la narrazione del dolore, l'uomo-artista manifesta un desiderio di vendetta contro dio.
L'arte, l'opera d'arte e la sua creazione, diventano reazione al male, al destino e alla difficoltà di capirne le ragioni, le cause, gli effetti.
L'artista è dunque in dialogo (spesso senza risposta) con lo spirito, attraverso la propria sofferenza.
Finisce così per rappresentare questo teatro dialettico.
Certo, in molti casi, il frutto rappresentato di questo dialogo è necessariamente nascosto dall'allegoria, dal mito, dall'episodio simbolico.
Il filtro è causato dalla committenza, che concepisce e vuole l'arte come scambio, e non si cura degli stati d'animo dell'artista, ma si preoccupa di costruire i propri sulla rappresentazione di quelli del padre dell'opera.
Anche il mero fruitore adotta la stessa prospettiva: succede ogni volta che guardiamo un quadro, un video, una scultura, la televisione.
Così l'artista per esserne stato richiesto (e per abitudine di linguaggio) "maschera" il proprio dolore dietro i simboli, la storia, le leggende, la bibbia.
C'è da dire che Caravaggio non nascondeva molto bene la propria anima.
Mi sembra una delle ragioni per cui oggi ha un nuovo strepitoso successo e venne dimenticato negli scantinati dal classicismo.
Che aveva un'altra idea del sublime.
VNZ.

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