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14 aprile, 2008

Elezioni 2008: LE URNE





Sulle elezioni, ecco alcuni pensieri, pubblicati oggi, di E. Berselli

<<La ragione contro l'antipolitica
di EDMONDO BERSELLI


DOMENICA di festa civile e di attesa: fino all'apertura delle urne la politica è del tutto virtuale. Lo stesso dato del calo della partecipazione è sotto il velo dell'incertezza: l'astensionismo in crescita è di destra o di sinistra? Viene dal vecchio elettorato dell'Unione deluso o dalla destra non mobilitata da un Berlusconi ripetitivo e invecchiato? Oppure, ancora, rappresenta gli effetti dell'onda lunga di antipolitica che da Beppe Grillo in poi, e dal "Vaffa Day" in giù, si è scaricata sul Palazzo, o meglio la "casta" come si è imparato a dire? Antipolitica o no, il clima elettorale sembra fiacco. I sondaggi più o meno segreti e attendibili si sono spenti da qualche ora, il virus degli exit poll non ufficiali deve ancora cominciare a proliferare, e il pomeriggio del giorno delle elezioni, oltre alla gente ai seggi, sembra avere un solo vero protagonista che è il telefono cellulare. Concentrazione assoluta di vecchio e di nuovo, il "telefonino". Anzi, di arcaico e di rivoluzionario, di artigianale e di ipertecnologico. Fonte di prove clientelari, potenziale laurismo del Duemila, e di "ammuine" come nel caso della signora Lonardo Mastella (squillo nel seggio, arrivo della Digos, assoluzione per assenza di fotocamera). Ma nello stesso tempo il cellulare si rivela anche uno strumento della modernità politica: fiumi di messaggi, inviati a pacchetti o a stringa dalle rubriche elettroniche, invadono le celle dei diversi gestori e precipitano nei terminali. Con il dubbio collegato, però, che anche in versione telefonica gli italiani appartengano comunque a universi separati, dato che quasi mai un messaggio berlusconiano raggiunge un telefonino veltroniano. Anche i telefoni non comunicano, fra destra e sinistra. Tuttavia appare una forma diversa di partecipazione, proprio mentre la partecipazione effettiva mostra segnali in discesa: a testimonianza probabilmente che queste sono elezioni diverse rispetto a quelle di due anni fa. Allora apparvero uno scontro fra mondi, un'ordalia, un giudizio di Dio che doveva decidere la supremazia fra antropologie differenti e incompatibili. Oggi, una guerra a bassa intensità, con l'ipotesi del pareggio e lo spauracchio, spesso alimentato ad arte, dell'inciucio.
È vero che Silvio Berlusconi nelle sue piazze continua iperbolicamente a rivendicare la diversità assoluta fra il Popolo della libertà e i "comunisti", oggi camuffati da democratici. Ma per la verità nemmeno il genio malevolo del Cavaliere riesce a oscurare il profondo cambiamento innescato dalla decisione di Walter Veltroni di cambiare con radicalità il formato competitivo della politica italiana, e di fare nella sostanza la riforma elettorale pur senza aver potuto cambiare la legge canaglia del Porcellum. E che alla fine in questi giorni non si misurano due visioni del mondo ma solo due partiti. E allora, se si prende in considerazione con serietà la possibile crisi della partecipazione elettorale e politica, conviene ancora una volta compiere uno sforzo di consapevolezza e di verifica. Sottolineare che non è il caso di darla vinta all'antipolitica, malattia che di recente ha contagiato ambienti semplici e ambienti sofisticati. Negli ultimi giorni infatti si è preso atto di posizioni bizzarre, in cui un maestro come Giovanni Sartori, che pochi mesi fa si era mostrato ingrillito a sua volta contro la "casta", ha escogitato uno schema di voto disgiunto (votare Pdl alla Camera e Pd al Senato, o viceversa), che nella sua eccentricità non nasconde la convinzione che sia opportuno neutralizzare la politica a cominciare dai suoi protagonisti attuali. Ma qual è la conclusione inevitabile di ragionamenti simili? Una sola: la necessità di procedere all'instaurazione di un governo di responsabilità o garanzia, "che faccia le riforme utili per il Paese". Non è paradossale l'esito di un'azione che comincia con le urla dell'antipolitica e finisce con il commissariamento notabilare della politica? Non conviene, prima, mettere a confronto due proposte di modernizzazione del nostro Paese? Non vale la pena di valutare con rigore le due culture che si stanno misurando oggi e domani con il voto dei cittadini? Non sono soltanto i messaggi semplificatori dei cellulari a segnalare le differenze. Non è un'Italia buona contro un'Italia cattiva. Non è soltanto l'"eroe" Mangano contro Falcone e Borsellino. C'è piuttosto una proposta politica da misurare con il voto, quella del Partito democratico, esplicitamente riformista, a cui si potrebbe semmai chiedere uno sforzo ancora più intenso e moderno contro rendite, privilegi, corporazioni, nel nome della concorrenza come di un'eguaglianza effettiva e quindi di una mobilità sociale efficace: a cui si oppone un'alleanza eterogenea, in cui vecchi liberisti si sono uniti a nuovi protezionisti, tradizionali esponenti di un nazionalismo corporativo convivono con i secessionisti settentrionali, e sedicenti risanatori si sono messi insieme ai capi delle clientele meridionali. Qualche volta, anche un sms fra amici, come ultimo appello all'impegno, è sufficiente per identificare la sostanza di un problema. E proprio per questo, pur con tutte le frustrazioni e le delusioni che il popolo di centrosinistra ha subito negli ultimi due anni, vale ancora la pena di esercitare una scelta ragionevole, con serenità, recuperando la convinzione che dalla crisi della politica, come sempre, si esce solo con la politica, cioè con una presenza e una decisione, non con le scorciatoie, e meno che mai con la rinuncia.>>


(14 aprile 2008)

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3 Comments:

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